jueves, 14 de febrero de 2019

Siamo tutti in pericolo


Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone

#PierPaoloPasolini





martes, 12 de febrero de 2019

Ma a che serve la luce?


Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro di te nelle buie viscere; (..) / Ma nella desolante /  mia condizione di diseredato, /  io possiedo: ed è il più esaltante / dei possessi borghesi, lo stato / più assoluto. Ma come io possiedo la storia, / essa mi possiede; ne sono illuminato: / ma a che serve la luce? (..) / Solo l'amare, solo il conoscere /  conta, non l'aver amato, /  non l'aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato /  amore. L'anima non cresce più.  (..) / Mi chiederai tu, morto disadorno, / d'abbandonare questa disperata / passione di essere nel mondo?
(Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957)


lunes, 11 de febrero de 2019

Non c’è acqua più fresca che al mio paese.


E scrissi subito dei versi, in quella parlata friulana della destra del Tagliamento
Fontana di aga dal me paìs.
A no è aga pì fres-cia che tal me paìs.
Fontana di rustic amòur.
Risuonò la parola ROSADA. Era Livio, un ragazzo dei vicini oltre la strada, i Socolari, a parlare. Un ragazzo alto e d’ossa grosse… Proprio un contadino di quelle parti… Ma gentile e timido come lo sono certi figli di famiglie ricche, pieno di delicatezza, poiché i contadini, si sa, lo dice Lenin, sono dei piccolo-borghesi. Tuttavia Livio parlava certo di cose semplici ed innocenti. La parola “rosada” pronunciata in quella mattinata di sole, non era che una punta espressiva della sua vivacità orale. Certamente quella parola in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende di qua del Tagliamento, non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono. Qualunque cosa quella mattina io stessi facendo, dipingendo o scrivendo, certo m’interruppi subito […] E scrissi subito dei versi, in quella parlata friulana della destra del Tagliamento, che fino a quel momento era stata solo un insieme di suoni: cominciai per prima cosa col rendere grafica la parola ROSADA.
(P.P. Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano, 1972, p. 62)
Pasolini fissa così, in quella mattina dell’estate del 1941, quando viene pronunciata la parola rosada, l’atto di nascita della prima nuova poesia. La raccolta si apre con un breve componimento ispirato alle rogge che scorrono nel territorio casarsese, e canta la freschezza e la purezza di un mondo da scoprire. (www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it)

Fontana di acqua del mio paese.

Non c’è acqua più fresca che al mio paese.
Fontana di rustico amore.
(Riedizione di Poesie a Casarsa, Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa e Ronzani Editore, Milano 2019)


Fluir de agua renovada, saltos de luz sagrada, olor a verde húmedo, húmeda tierra, húmedos troncos. Bellamente ordenados. Alpendre de mis sueños, fuego de juventud. Fuente de mi rústico amor. Canto frío de besos. Agua fresca que diseñan manos, rocas-mano. En lechos domésticos de sueños fluviales. Hojas que gotean inocencia. Ella trae el rocío, ternura de mi color. Al alba de los rayos del poeta, que vuelve. Filtra sonidos en mi cuerpo, ojos de humedad eterna. Rocío, rosada, rugiada. Salvaje luz de agua sagrada, fresca tierra de leña virgen, juego de hermosura, alba húmeda de nuestra juventud salvaje. (© Román Reyes, 2019)




domingo, 10 de febrero de 2019

Essi che si adattarono a un mondo sotto il mondo


A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato la storia di ‘Alì dagli Occhi Azzurri’
Alì dagli Occhi Azzurri uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi (..) sulle barche varate nei Regni della Fame. (..) ‘Ecco i vecchi fratelli, coi figli e il pane e formaggio!’ (..) Essi sempre umili, essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi, essi sempre colpevoli, essi sempre sudditi, essi sempre piccoli, essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, (..) essi che si costruirono leggi fuori dalla legge, essi che si adattarono a un mondo sotto il mondo, essi che credettero in un Dio servo di Dio, (..) essi che pregavano alle lotte operaie…
(Pier Paolo Pasolini, Profezia, 1965)


Retrat literari de Pasolini


Petit, prim, nerviós, amb mala entrada, em va ser presentat per Giancarlo Vigorelli, després de la projecció de la pel·lícula. El recordo molt bé, perquè, dins de la seva presència insignificant, s’endevinava una personalitat considerable i  una certa fortesafisica. Tenia, en aquell moment, quaranta-dos anys. Portava una camisa florejadai es posava i es treia –com un tic- unes ulleres negres. Darrere hi havia uns ulls mès aviat grans, amb unes pupilles fosques i dilatades. Tota la seva personalitat –de cara enfora- es concentrava en el triangle del ulls, sostinguts per uns pòmuls potents, i la davallada xuclada de les galtes cap a una barbeta sòlida, lleugerament incisiva. El front i els cabells eren corrents, no determinants en el rostre. Els ulls, la mirada, eren, en canvi, poderosament inquietants. Per dir-ho abruptament: la inquietud de la mirada era semblant a la dels seus amics homosexuals del subproletariat urbà. Això se sap o no, es coneix o no, em va dir un dia un amic a qui no cal esmentar, perquè ell sí que ho sabia. L’esguard de Pasolini era el de l’alerta i la fugida, però això era fugaç. Res mès no traïa la seva pertinença al milieu de la “cacera” nocturna, de la poderosa inexorabilitat que el feia freqüentar els xicots de Corso Vittorio i dels porxos de la Stagione Termini, o d’altres innombrables llocs de la Roma incerta o predelinqüent. Qui no ha conegut la crida salvatge del sexe –el túnel nocturn de les grans ciutats- no entendrà potser la fugaç inquietud de la seva mirada: salvar-se depèn de l’atzar; la ignominia, tambè. És el repte lunar, la incertessa de la fortüitat: darrere hi ha una passió incontenible, la vocació del suïcida –social o real. Els ulls de Pasolini traïen, però, moltes altres coses, entre elles la intel·ligència i la comprensió ràpida, la subtilesa i una enorme curiositat. (Castellet, Josep M., Retrats literaris, Barcelona, Edicions 62, 2018)


La nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente

La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio, eh? La nostra generazione doveva essere una generazione di integrati? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose. Noi opponiamo la follia a un destino di executives. Creiamo nuovi valori religiosi nell’entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perché la nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente".

(PPP, “Contro i capelli lunghi”, Corriere della Sera, 7 gennaio 1973)



sábado, 9 de febrero de 2019

Il poeta dovrebbe esser sacro


Orazione di Alberto Moravia ai funerali di Pasolini 
Poi abbiamo perduto anche il simile. Cosa intendo per simile: intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società. Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo (applausi). Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro.
(..) Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo Paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini stesso avrebbe voluto